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NEWS - MARCO BALLOTTA RACCONTA:«LA REGGIANA VOLEVA ESONERARE ANCELOTTI, MA IO E DEI MIEI COMPAGNI CI OPPONEMMO. ALLA FINE ARRIVAMMO IN SERIE A…» - INTERVISTA 
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MARCO BALLOTTA RACCONTA:«LA REGGIANA VOLEVA ESONERARE ANCELOTTI, MA IO E DEI MIEI COMPAGNI CI OPPONEMMO. ALLA FINE ARRIVAMMO IN SERIE A…» - INTERVISTA 

Intervista di Cristiano Cavallaro all'ex portiere di Reggiana, Inter e Lazio tra le tante (articolo in collaborazione con la pagina "ilterzotempo.net").
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calcioreggiano.comGenerica - 16/01/2026

Sempre più giocatori, al giorno d’oggi, decidono di chiudere la loro carriera sportiva in Arabia o negli Stati Uniti, lontani dai radar e anteponendo l’aspetto economico agli altri interessi. Marco Ballotta, invece, ha scelto di continuare a giocare fino ai 44 anni, collezionando due record che, dopo circa un ventennio, nessuno è ancora riuscito a sottrargli. È infatti il calciatore più anziano ad essere sceso in campo durante una partita di Serie A ed una di Champions League. Oltre venticinque stagioni tra i professionisti, condividendo le esperienze sul rettangolo verde con fuoriclasse del calibro di Ronaldo il Fenomeno, Vieri, Pirlo e tanti altri, per non parlare di mister come Carlo Ancelotti e Sven Goran Eriksson. 

Partiamo dal Modena. Qui ha giocato dal 1984 al 1991, militando tra Serie B e C. Oltretutto è tornato a vestire la maglia gialloblù nel 2001. Cosa ha di speciale per lei questa piazza?

«È stata una tappa importante per me, in quanto riguarda più di un terzo della mia carriera. La mia “prima fase” con i Canarini è durata sette stagioni, mentre la seconda tre, quindi in totale sono dieci anni di Modena. Pensavo, oltretutto, di terminare qui la mia esperienza da calciatore, dato che la mia idea era quella di appendere gli scarpini al chiodo dopo essere tornato in gialloblù, in seguito al mio capitolo all’Inter. Avevamo ottenuto, per di più, dei buoni risultati secondo me, poiché eravamo saliti dalla B alla A, salvandoci un anno e retrocedendo purtroppo il successivo. Non mi sentivo ancora pronto, però, a dire addio al calcio a quarant’anni, quindi ho cambiato casacca e, alla fine, ho detto basta nel 2008, alla Lazio. Modena, però, è stata per me una tappa fondamentale, perché, dopo la prima stagione - in cui ho debuttato -, siamo stati promossi nel torneo cadetto e si vociferava già l’interesse di squadre di Serie A per me. Purtroppo, però, in B feci male e finii in panchina per qualche partita; da lì ho dovuto ricominciare da capo. Siamo scesi in C, abbiamo vinto un altro campionato e, nel ‘90, sono passato al Cesena, in massima categoria - ero coinvolto in uno scambio con Antonioli -». 

Visto che ha citato Cesena, cos’ha provato quando ha esordito in Serie A con la maglia bianconera?

«Il debutto è sempre il debutto, ma per me è stato speciale, perché esordire a 26 o 27 anni è diverso da farlo a 20. Avevo già una certa esperienza alle spalle, quindi non è stato qualcosa di particolarmente ostico per me. Indubbiamente ero molto soddisfatto, anche se quell’anno, a Cesena, non andò tutto per il meglio. Avevo, per di più, un accordo secondo cui, in caso di salvezza, sarei rimasto; purtroppo retrocedemmo, per cui sarei dovuto rientrare a Modena, ma Mister Bersellini non mi volle, ragione per la quale mi trasferii a Parma. Non fu una scelta semplice: mi presi il mio tempo per decidere, perché sapevo che davanti avevo Taffarel e sarebbe stata dura trovare spazio. Scelsi di andare lì anche perché era in zona e c’era Pastorello, che mi conosceva. È stata, secondo me, la mossa migliore».

In carriera ha collezionato oltre 220 presenze in Serie A. Qual è il calciatore che l’ha maggiormente stupita?

«All'Inter ho avuto come compagno Ronaldo il Fenomeno, ma, in generale, posso dire di aver giocato con e contro calciatori di altissimo livello. Facendo qualche altro nome, ti direi Del Piero, Baggio, Batistuta… ma, nella Lazio in cui ho militato, c’erano anche Veron, Nedved, Vieri, Salas e non solo, dei signori giocatori. Quand’ero a Brescia, tra l'altro, ho avuto modo di assistere all'esordio di Pirlo. Ho visto tanti calciatori crescere, per poi diventare i campioni che conosciamo. E per me è stata una grande fortuna». 

Com’è nata l’idea di passare alla Reggiana dopo tante stagioni tra Parma e Modena? Ha un aneddoto su Ancelotti? 

«Mi ricordo che c’era un accordo tra Dal Cin e Pastorello: praticamente la Reggiana mi aveva preso, però io andai a Brescia e, a fine anno, tornai in granata, anche se non ricordo i risvolti di quella operazione. Ad ogni modo, al termine della stagione mi ritrovai alla corte di Ancelotti, che era ancora un po’ “giocatore”, perché prima aveva fatto il vice di Sacchi, però era effettivamente il primo anno in cui allenava. Si vedeva, tuttavia, che era portato: nonostante l'inesperienza, capiva i giocatori. Di aneddoti potrei raccontarne diversi. Ricordo che la società, ad un certo punto, voleva esonerarlo, dunque ci chiese un parere. Io ed altri miei compagni ci opponemmo perché ritenevamo che il problema non fosse lui. Ancelotti era un innovatore: utilizzava il 4-4-2 di Sacchi e noi non eravamo ancora preparati a questo nuovo modulo, infatti all’inizio avevamo avuto delle difficoltà. A Pescara, però, fu riconfermato; martedì arrivò nello spogliatoio e ci disse:«Bene, domenica giochiamo come volete voi», quindi con il libero staccato, tipico del calcio dell'epoca. Pronti, via, andammo in svantaggio 1-0 e alla fine perdemmo 4-1. Al martedì Ancelotti si ripresentò in spogliatoio e disse:«Da oggi fate quello che dico io». Da lì siamo ripartiti e continuavamo a vincere. Subivamo pochissimi gol e giocavamo con il 4-4-2, con due centrali come Cevoli e Gregucci, non velocissimi ma molto alti. Quel tipo di gioco mi divertiva molto; abbiamo cominciato a macinare punti e non è una casualità che poi siamo saliti in Serie A».

A proposito di Serie A, a Reggio ha disputato dei derby di fuoco contro il Parma: come li ha vissuti lei che aveva indossato la maglia gialloblù e, in generale, come viveva le partite in cui il pubblico si faceva sentire? 

«I derby sono sempre i derby. Io mi ricordo che, in uno con il Parma, quando vestivo la maglia granata, rischiai anche di fare gol, ma mi anticipò Grun, mio compagno. Sinceramente, però, queste partite le vivevo diversamente dagli altri, perché avevo giocato con tutte le squadre della regione praticamente. Magari i primi Modena-Reggiana li sentivo, ma, successivamente, mi è capitato tante volte, nei derby, di affrontare undici in cui avevo già giocato - mi successe anche nelle sfide tra Modena e Bologna, in quanto ero cresciuto nel settore giovanile in rossoblù -. Per me erano tutte gare molto accese, ma non come per i tifosi». 

Alla Lazio ha giocato con campioni come Vieri, Nesta, Nedved e non solo. Tuttavia, ha avuto come allenatore Sven Goran Eriksson e, a protezione della sua porta, Sinisa Mihajlovic. Cosa può dirci riguardo questi due personaggi storici del nostro calcio, scomparsi purtroppo relativamente da poco?

«Partendo da Sinisa, mi ricordo che il venerdì, a fine allenamento, ci fermavamo sempre a battere le punizioni: era tremendo, riusciva sempre a metterla sotto l’incrocio e ancora non mi capacito di come facesse. A parte questo, posso dire che era un duro sul campo, ma veramente un grande uomo; non rispecchiava la personalità che aveva in partita: quando giocava si trasformava, ma fuori era un ragazzo fantastico. Ha poi dimostrato di essere un bravissimo allenatore, perché comprendeva i ragazzi e li metteva a loro agio, riuscendo ad ottenere il massimo da tutti. Si faceva anche voler bene quindi. Con Eriksson avevo un rapporto speciale, perché lui mi fece prendere il patentino quando ancora giocavo. «Marco, fai il patentino», mi disse, perché mi aveva chiesto se volessi seguirlo a fine carriera. Io, però, giocai fino a tarda età e non riuscii ad accontentarlo. Scelsi di continuare fino ai quarantaquattro anni, quindi non ci fu la possibilità, però, ai tempi della Lazio, trovai questa intesa di fiducia reciproca: anche se non trovavo spazio mi sentivo preso in causa, perché, durante le partite, se c’era qualcosa che non andava, lui ci ascoltava. Per me chiaramente era tanto, perché ti permetteva di dare qualcosa in più anche non scendendo in campo».

Parlando di record, lei è il calciatore più anziano ad aver giocato in Serie A, scendendo in campo a 44 anni e 38 giorni nell’ultima gara della stagione 2007-2008 con la Lazio, oltre al giocatore più anziano ad aver disputato una partita nella UEFA Champions League, quando aveva 43 anni e 253 giorni. Che orgoglio rappresenta per lei? 

«Io dico sempre che i record sono fatti per essere battuti, però, dopo quasi vent’anni, nessuno me li ha ancora sottratti. Penso che non sarà facile e per me è una soddisfazione avere un primato nazionale ed uno addirittura europeo. Sicuramente devono esserci le condizioni favorevoli, però indubbiamente ci ho messo anche del mio. Ad ogni modo, bisogna ovviamente avere la fortuna di stare bene fisicamente e di trovare il contesto giusto che ti permetta di continuare il più possibile». 

E, proprio per via del fatto che ha condiviso il campo con generazioni di campioni, che consigli dà ai giovani di oggi, vista anche la situazione critica della nazionale? Segue ancora il mondo del pallone?

«Per quanto riguarda il settore giovanile, serve pazienza e bisogna dare fiducia alle nuove leve. Il problema è che oggi tutti vogliono vincere e non si concede spazio ai ragazzi più “inesperti”, precludendogli così la possibilità di crescere e migliorare. Sono, oltretutto, dell’idea che chi è bravo a giocare sia destinato a farlo, senza bisogno di regole come quelle inerenti agli “under”. Nelle giovanili appunto bisogna seguire principalmente questo, ma ciò vale anche per i dilettanti, perché, bene o male, tutti siamo partiti da lì - difficilmente si comincia da una realtà professionistica -. Io, però, credo che sia opportuno iniziare anche dagli allenatori, che devono insegnare nella maniera migliore, con l’ottica di fare crescere i ragazzi. Troppi mister pensano più alla loro carriera che a fare sbocciare i calciatori del futuro. Io, tuttavia, sono fiducioso, poiché qualcosa sta migliorando e credo che ci siano le possibilità per progredire. Ed io mi occupo dei portieri al Terre di Castelli, perché mi piace molto aiutare i giovani, nel limite del possibile, dandogli qualche nozione, frutto della mia esperienza da calciatore». 

Ringraziamo sentitamente Marco Ballotta per la disponibilità e l'opportunità concessaci.

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